Il diario della vita in Riviera (a cura di Marco Vallarino)

domenica 9 ottobre 2011

Paolo Villaggio è il Premio Grock 2011

[Il Secolo XIX 9/10/11]

È arrivato in sordina, nel primo pomeriggio, cercando una bottiglia di olio di oliva di taggiasche denocciolate, ed è ripartito per Roma tra gli applausi del Teatro Cavour di Imperia, dopo aver ricevuto l'ambito riconoscimento del Premio Grock nella serata inaugurale dell'omonimo festival dedicato al ricordo del grande clown svizzero.

Accompagnato da Antonio Carli e ricevuto dai rappresentanti del festival Lucia Lombardo e Sergio Maifredi, Paolo Villaggio già fin dall'arrivo all'Hotel Rossini ha dato prova dell'enorme talento di intrattenitore, spaziando senza posa da un tema all'altro di attualità, politica, cultura, durante l'intervista rilasciata al Secolo XIX.

«Mi fa piacere ricevere questo premio, perché ho grande stima di Grock e della sua opera – ha detto Paolo Villaggio poco dopo essere giunto in albergo. – Mi pare però che il clown svizzero sia ancora poco conosciuto in Italia e spero che questa manifestazione aiuti a promuoverne le gesta».

Che rapporto ha personalmente con la figura del clown?

«Si tratta senza dubbio di un tipo di spettacolo che mi affascina molto, anche se l'inizio non è stato dei migliori. Avevo quattro anni quando mia mamma portò me e mio fratello al circo per la prima volta. Ricordo bene che l'ingresso dei clown in pista mi fece paura. Bianchi e allampanati com'erano mi trasmettevano un senso di disagio e smarrimento».

E poi?

«Andò benone perché effettivamente il merito principale del clown è quello di riuscire a far ridere suscitando nello spettatore, con le sue goffaggini, un palese richiamo a quella che per tutti è l'età più bella, la prima infanzia. In quel periodo, come tutti i cuccioli, siamo buffi, indifesi e facciamo ridere anche senza volerlo».

La figura del clown sembra però un po' in disuso oggi al cinema e in tivù, come mai?

«Perché si rifà troppo alla gestualità, mentre sullo schermo prevale la comunicazione della parola, basti pensare al cabaret che tanto si vede in giro. Io comunque sono legatissimo a spettacoli primordiali come quelli di Stanlio & Ollio, in cui loro impersonavano palesemente due bambini (almeno come età mentale) alle prese con lo strano mondo che li circondava. Mi fanno tanto ridere ancora oggi».

Si può fare un parallelismo tra il riso amaro dei clown – spesso vittime di sberleffi atroci – e i suoi personaggi Ugo Fantozzi, Giandomenico Fracchia, Paolo Ciottoli, tartassati nella vita e nel lavoro?

«In realtà penso di aver già parlato abbastanza delle mie maschere, in questo momento preferisco rivolgere i miei pensieri alla attualità».

E allora come vede il mondo di oggi e il futuro?

«Il futuro non lo vedo perché sono vecchio! Il mondo di oggi invece mi appare depresso e allo sbando, soprattutto quello dei giovani, che nei week end spesso si sballano perché non sanno che altro fare. La vedono grigia e hanno ragione, ma il peggio è che – a differenza di noi vecchi – non hanno nemmeno il ricordo dei vecchi tempi a consolarli, perché loro non hanno mai avuto un periodo in cui hanno vissuto meglio di ora».

Il cinema, la televisione e più in generale il mondo culturale possono aiutare l'Italia a uscire dalla crisi economica, ma non solo, in cui oggi riversa?

«No, perché essi stessi hanno contribuito a generare questa crisi (anche) di valori, abbassando il livello del linguaggio per aumentare l'accessibilità ai mezzi di comunicazione e quindi l'interesse degli sponsor. Ora è tardi per tornare indietro».

Marco Vallarino
posta @ marcovallarino.it

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